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                      Dott.ssa Marina Belleggia

Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale

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L’attenzione della cura per la vera guarigione fisica e psicologica

Nella mia pratica clinica mi rendo conto ogni giorno di quanto la tendenza comune sia quella di trovare dei rimedi veloci ed efficaci per guarire. Questa modalità di pensare, sentire e agire riguarda non solo i pazienti, ma riguarda prima di tutto noi clinici. Cosa si intende per “guarire”? E soprattutto, qual è l’altra faccia della medaglia del rimedio efficace in breve tempo? La sofferenza psicologica, così come quella fisica, che si esprime sotto forma di sintomi, va lasciata esprimersi, piuttosto che soppressa, in modo che il clinico riesca ad aiutare la persona ad arrivare alla vera guarigione, e il paziente riesca a comprendere il senso di quei sintomi e così cambiare la sua vita. Da ciò si deduce che “guarire” non è eliminare il sintomo, e che eliminare un sintomo con modi sbrigativi, per mettere fine alla sofferenza, non è risolutivo.

Come può infatti un clinico tener conto dell’eziopatogenesi di un disturbo se non ascolta la “voce” rivelatrice del sintomo e se non lo fa “parlare”? Qual è la sua origine, da dove nasce e perché?

A mio avviso la “caccia al sintomo” equivale a tras-curare la malattia, piuttosto che a curarla, dove “tras-curare” vuol dire proprio “andare al di là” della cura, scavalcarla, piuttosto che coltivarla. Più la patologia viene tras-curata e più questa troverà dei modi sempre più pericolosi per manifestarsi, poiché nella sua manifestazione risiede tutta la saggezza della nostra mente e del nostro corpo.

Ricercare il benessere e garantirlo a chi lo ricerca è un dovere personale e professionale. Il problema è che oggi si scambia per “cura” qualcosa che non lo è affatto, sia in ambito psicologico che medico.

“Aver cura” è un atto che richiede necessariamente attenzione e l’attenzione richiede tempo. Come possiamo chiamare curativo un qualsiasi rimedio o intervento medico o psicologico in cui l’unico obiettivo sia quello di cancellare nel più breve tempo possibile l’espressione dolorosa della sofferenza, e cioè il sintomo?

Non può esserci attenzione alla persona nell’applicare una tecnica terapeutica, nel somministrare un test o un farmaco. C’è attenzione forse ad un manuale diagnostico, ai criteri della patologia,ad una sequenza, ad una procedura, ad una posologia. Non alla persona.

Non può fare attenzione a se stesso e al proprio “star male” il paziente che riceve una diagnosi fatta di “etichette”, che prende una medicina. Semplicemente perché gli sfugge il processo del proprio malessere, il modo unico e individuale in cui lui sta male. Informazione utilissima per poter guarire.


Certamente è molto più economico, in termini di tempi e costi, tras-curarsi. E non mi riferisco ai costi in denaro: il trattamento dei sintomi non costa meno del trattamento della persona, anzi a volte di più. I costi di cui parlo sono prevalentemente quelli di impiego di risorse psicofisiche indispensabili per qualunque clinico che voglia curare, e per qualsiasi paziente che voglia guarire. Passare all’atteggiamento attivo di comprendere cos’è che fa ammalare quella determinata persona, cos’è che fa ammalare me, implica una presa di responsabilità non indifferente, da cui per primi i clinici si tengono lontani quando non sanno (o non possono o non vogliono!) vedere cosa c’è prima della malattia e in che modo unico e irripetibile possono sostenere il paziente nel mobilitare le risorse per guarire.

Tutto ciò che è veloce difficilmente va in profondità. Resta in superficie. E la superficie va osservata per fare ipotesi su cosa c’è sotto, non alterata per avere l’illusione della guarigione! Quando tolgo il sintomo modifico la superficie e poi non ho più nulla da osservare per capire dove intervenire per curare, o per guarire! Alla superficie mi devo fermare se voglio vedere e fare ipotesi su ciò che determina quegli effetti superficiali chiamati “sintomi”, ma “curare” la superficie con dei trattamenti sintomatici equivale a togliere alla mente e al corpo la possibilità di manifestare la sofferenza nel modo meno pericoloso che ha trovato e spingerli a trovarne uno peggiore, più profondo, meno visibile, o di cui si ha meno consapevolezza.

Credo che la guarigione esista dal momento in cui esiste una cura attenta, graduale, rispettosa della natura, della costituzione, della storia, del modo di essere e di esprimersi di ogni singolo individuo.

Dott.ssa Marina Belleggia



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