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                      Dott.ssa Marina Belleggia

Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale

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Costruiamo almeno un “ponte” nella nostra vita

L’immagine in cima ad ogni pagina del sito rappresenta una strada; ci sono anche degli alberi, uno specchio d’acqua e un ponte.La strada è per me la rappresentazione del percorso della terapia, così faticoso, ma anche così soddisfacente per chiunque lo intraprenda. L’albero è l’esperienza che ogni persona fa, durante il percorso, del proprio sé fisico, somatico, del proprio corpo. L’albero si radica nella terra, come il corpo nei bisogni, negli istinti, ma proprio perché nasce da quel terreno fatto da istanze prettamente fisiche, può arrivare in alto e toccare il cielo con rami carichi di fiori e frutti. Naturalmente il terreno va nutrito. Più la persona si cura di ciò che riguarda il corpo e più avrà una base solida per salire in alto. Lo specchio d’acqua rappresenta per me la mente umana. Durante la terapia la persona cambia il modo di pensare e di immaginare. Più la mente si rasserena, più la percezione delle cose che ci circondano è aderente alla realtà, e più riusciamo a pensare in modo chiaro. L’acqua calma riflette ciò che c’è intorno in modo molto più nitido di quella agitata. Infine, il ponte. Per me il ponte è il simbolo dell’integrazione, poiché unisce, mette insieme, mette in comunicazione due strade che attraverso di esso diventano un’unica strada.

Nella terapia, e quindi nella vita, è importante costruire “ponti”! Per farci cosa? Per mettere in comunicazione il nostro corpo con la nostra mente e con il nostro spirito; per metterci in comunicazione con gli altri e trovare una strada che unisce e ci fa incontrare; per avvicinare il nostro ambiente, la nostra cultura, ad altri ambienti e culture e prendere ciò che ci manca. Solo in questo modo, costruendo “ponti”, possiamo sentirci integrati e godere di salute fisica e psicologica, poiché dall’integrazione nasce l’armonia e da questa la salute, che altro non è che il funzionamento armonico delle diverse parti di cui è costituito un sistema, sia esso una persona, una famiglia, una società, una cultura.

I “ponti” che ci collegano a noi stessi e agli altri, intesi come individui e come gruppi sociali, sono la fonte dei nostri cambiamenti.Per due meravigliosi anni della mia vita ho lavorato come psicoterapeuta in un’associazione culturale che si occupa di integrare la cultura e le terapie occidentali (tra cui la psicoterapia) con la cultura e le terapie orientali. Di conseguenza, in un ambiente stimolante come quello, ciò che trova integrazione è la persona. Perché? Perché in occidente si dà molta più importanza alla mente, che da Cartesio in poi, credo, è rimasta orfana del corpo (“Cogito, ergo sum”). La cultura orientale, invece, non coltiva separazioni, ma considera l’esistenza armonica di mente, corpo e anima in ogni persona. Non possiamo curare la mente senza considerare il corpo e l’anima, né il corpo senza la psiche e lo spirito, né possiamo occuparci di essere persone spirituali tralasciando la cura del corpo e della mente. Ecco perché la persona, da questo tipo di approccio e di visione, ne esce fuori più integrata, poiché nulla si nega di essa.


In questo posto, in cui non ho mai respirato fanatismi, né subito pretese assurde di indottrinamento, ho potuto rendermi conto di quanto le mie competenze di psicoterapeuta, formatasi in occidente, specializzatasi in un approccio terapeutico teorizzato da un canadese, potessero essere rese ancora più efficaci per le persone che curavo, se io stessa fossi stata disposta a guardare cosa ci fosse al di là del “ponte”, su cui ho avuto il coraggio di mettermi con la mia psicologia, non senza resistenze, devo dire.Lentamente, ho potuto constatare che le persone che si rivolgevano a me per fare un percorso di psicoterapia e che consideravano anche il corpo parte della propria guarigione, dedicandosi ad attività quali lo yoga, la meditazione, il massaggio ayurvedico, avevano una prognosi più favorevole e i tempi della psicoterapia potevano ridursi. Ho visto che “è’ possibile dimostrare scientificamente che curando lo stato emotivo degli individui insieme alla loro condizione fisica, si può ritagliare un margine di efficacia in termini medici, sia a livello di prevenzione che di trattamento” (D. Goleman, 1996).

Conoscendo meglio la cultura orientale ho ammesso che alla “mia scienza” occidentale mancava un pezzo. Ricordo che la prima frase che mi venne detta non appena entrai in quel luogo fu: “…possiamo essere felici”. E’ qualcosa in cui credo anch’io, pensai, ma come mai non mi è venuto mai tanto spontaneo dirlo ai miei pazienti con questa chiarezza, questa semplicità, questa immediatezza? Forse perché la psicoterapia nasce in un ambiente in cui c’è più complessità e le riesce difficile parlare semplice. E ha come oggetto principale di osservazione la mente. Il linguaggio più immediato è invece quello del corpo, perché non ha filtri e arriva dove vuole arrivare. E quanta importanza diamo noi occidentali al nostro corpo? Ancora troppo poca, se escludiamo l’attenzione al nostro aspetto fisico. Quindi, era intuitivo. Se comincio a pensare in altri termini, mi sono detta, e cioè che come psicoterapeuta ho il dovere di ricordarmi che i miei pazienti  sono costituiti anche da un corpo (così come un medico dovrebbe tener presente la mente, le emozioni, i sentimenti), posso arrivare prima dove voglio arrivare, ovvero ad aiutare gli altri meglio e più in fretta.

Insieme al presidente dell’associazione ho dato vita ad un progetto terapeutico in cui ho voluto verificare quanto i disagi emotivi delle persone avessero un corrispettivo in qualche sofferenza fisica, e qualora avessi verificato questo, avrei prospettato al mio paziente la possibilità di curarsi nella totalità, affiancando alla psicoterapia qualche altra forma di terapia che fosse incentrata sul corpo e sullo spirito. E in quell’ambiente ce n’erano molte a disposizione. Alcuni hanno scelto di farlo e le guarigioni a cui abbiamo assistito ci hanno sorpreso. Abbiamo visto i migliori risultati terapeutici nell’integrazione tra psicoterapia e massaggio ayurvedico e tra psicoterapia e yoga.


L’unione mente-corpo è ormai scientificamente riconosciuta. Basti pensare alla psiconeuroimmunologia, che considera i rapporti tra cervello e organismo, tra stress e modificazioni somatiche; o la psicosomatica, che afferma quanto il soggetto proietti sul corpo i propri conflitti interiori. Ha molto senso oggi parlare di “simultaneità” tra esperienze affettive e fenomeni fisici. Nella pratica del training autogeno è evidente quanto lo stato di concentrazione psichica induca rilassamento e modificazioni fisiologiche e psicologiche importanti nell’organismo (Hoffmann, 1980). La bioenergetica analizza come i problemi emozionali portino l’individuo ad abbandonare la realtà allontanandosi dalle sensazioni corporee. La mente, separata dal corpo, è fragile e la scissione tra mente e corpo si riflette nella scissione della personalità (Lowen, 1982). Ogni approccio psicologico alla persona implica il considerare non solo il linguaggio verbale, ma anche quello non verbale, corporeo, che spesso dice cose che l’individuo non sa di dire. I segnali del corpo rivelano stati psichici.

Nel fare questa considerazione è nato il mio interesse per le terapie che agiscono sul corpo, affinché quest’ultimo, risanato, sia libero di esprimere pensieri, emozioni, intenzioni, stati d’animo, sentimenti, in modo autentico e spontaneo. Ecco allora che il corpo, in questo modo, diventa un mezzo che aiuta la persona a guarire, poiché si fa “strumento di guarigione”, deposito di tutte le nuove esperienze di benessere che attraverso di esso possiamo incarnare. Tali esperienze diventano la linfa vitale che nutre e cura la mente, che le fa arrivare il messaggio chiaro : “possiamo essere felici”. Non dimentichiamoci che nessuna nuova vita sopravvive senza l’accudimento fisico, che altro non è che un riconoscimento della propria e altrui esistenza. Come diceva Eric Berne, per tutta la nostra vita continueremo ad avere “fame di carezze”, fisiche e psicologiche, e spesso questa fame non soddisfatta è causa di molto malessere.

Il “mio ponte” è stato quello di integrare la “mia ” terapia occidentale, basata sui processi mentali ed emotivi, complessa, ricca di teorie meravigliose e di tecniche efficaci, con le terapie orientali, corporee, spirituali, semplici, essenziali, immediate. Ho visto nascere un’unione fatta di armonia che ha portato qualche guarigione in più. E per questo il ponte sarà sempre la metafora del mio modo di lavorare.

Marina Belleggia

Nota dell’autrice:

L’ Associazione Culturale che menziono si chiama “Emisferi – Un ponte tra Oriente e Occidente”, e il suo Presidente è Nicola Pietravalle. E’ grazie soprattutto a lui se oggi  ho uno strumento in più per comprendere e aiutare le persone.


Per approfondire:

E. Berne, “Ciao!”…e poi?, Bompiani, 1979. 

D. Goleman, Intelligenza emotiva. Che cos’è, perché può renderci felici. Rizzoli, 1996.

B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Astrolabio, 1980.

A. Lowen, Il tradimento del corpo, Edizioni Mediterranee, 1982.



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